“allusioni di teatro,
per un libero teatro libero.
liberiamoiteatri….. ”
Della necessità. Dell’essere e dell’apparire.
Non una discussione del mostrare, del porre o del dare per prendere. Una sensazione
di libertà chiarificatrice, esplicitante di verità. Girare intorno
alle parole, senza dare loro il giusto significante, aiuta alle volte a raggiungere
il centro dell’obiettivo precedentemente non fissato. Mostrarsi in verità
è cosa assai difficile se l’interlocutore è assai disattento.
Pertanto, auspichiamo a un contatto che non trascuri la possibilità
di trovare nella grande massa delle creature sane. Tenendo sempre presente
il peso che le parole hanno nella realtà e nell’immaginazione,
mi dirigo, dopo aver accuratamente riscontrato l’assenza di una direzione
in un luogo capace di dare salute alle mia mente. Mostrare. Sono alla ricerca,
per quanto si dica in giro che i miei concittadini siano degli emeriti ignoranti,
solo perché ignorano, di quel luogo dove tutto si possa smentire. Mostrando.
Le frasi sono cilindriche e profonde, hanno la propria ombra. Le voragini
No. La difficoltà sta nel fatto che la propria consapevolezza è
personale. Tutti quelli che però vogliono, possono farlo, rimanere
fermi sul centro della propria consapevolezza. Teatro. Vorrei vedere uno spettacolo.
Forse si dovrebbe cambiare la maniera di chiamare questo tipo di gioco. La
gente ha sempre l’impressione di non aver visto quello giusto. Non è
colpa mia. Ci si illude. Dopo una svariata ricerca durata un po’, sono
riuscito a trovare un vestito senza marca. A Palermo non ci sono teatri intesi
nel senso stretto della parola. Ci sono luoghi. Grandi. Poco belli. Ma grandi.
Avere. Avere un luogo così grande potrebbe essere utile. Ma a chi?
I cartelloni, spesso sono fatti di materiali scadenti, riciclati, di concorrenza.
Spesso sono di legno. Mai di ferro. Più frequentemente di vero e proprio
cartone. A volte pressato, a volte no! È che i cartelloni non vanno
più di moda. È come vedere il sole da un’altra parte.
Non fa. A questi spettacoli, di questi teatri, l’affluenza di pubblico
delirio è alta. Noi volevamo dire delle cose, loro volevano impedirci
nel farlo. Abbiamo. Non c’è un’idea specifica di teatro
qui. Qui, qui giù. Può anche essere un’aula, una piazza,
un garage, una cantina. Funziona lo stesso. A noi hanno detto che al pubblico,
quello che secondo qualcuno sta affacciato, quello che guarda, non interessa.
Non gliene frega niente. Non ci sono veramente dei luoghi dove la cultura
cresca. Qui.
Empirica. L’arte è il frutto di una scienza incontrollata, incontrollabile.
Insindacabile. Gramigna. Sull’empirismo puro si basa tutta la mia conoscenza
pura.
Un portone chiuso, marrò, un pavimento lucido, la luce gialla, da tungsteno,
ben disegnata, lascia sospeso nell’aria un nodo. Irrisolto. Forse è
giusto che uno che ha delle necessità, risolva. Si è sempre
detto che il bisogno aguzza l’ingegno. Un po’ come la storia della
volpe e dell’uva. Figuriamoci a voler discutere di certi affari. Per
esempio di teatro. Quelli se ne stanno chiusi a vedere cosa c’è
sotto il teatro. Io cerco di dirgli cosa c’è sopra il teatro.
Cerco di dirgli che guardano male. Sì. Dallo zio Franco le crocchè
sono buone. Sì. La piazza è bella. Certo. Immaginano che tutto
quello che c’era da scoprire lo hanno scoperto loro. Compreso il teatro.
Se parlo di potere forse sbaglio? E di monopolio? E di censura? Ma si, come
dovrei chiamare il “VORREI CHE QUESTO SPETTACOLO NON FOSSE COSÌ,
MA COSÌ”. E di libertà?
Volontà. Nel non voler seguire. O. “Ouh un po’ iesseri
accussi sta storia”.
Cosi noi lo abbiamo aperto. Ad ogni cosa che si apre non ne corrisponde necessariamente
una che si chiude. Per fortuna. Almeno non volontariamente. “Poi si
chìuì cu si n’ì futti”. Uno spazio. Un pretesto.
Un luogo. Una cantina. Un seminterrato. Un attico di uno scantinato al secondo
piano, di una via che una via non è. Perché se fosse via, già
sarebbe troppo arduo affermarlo pubblicamente. E allora abbiamo messo dentro
un’infinità di immaginazione, trenta sedie, quattro fari tre
piantane, molta volontà e tanta cocciutaggine. Perché non puoi
aspettare che qualcuno ti dia, ti veda, ti prenda. E nello spazio si fa e
si sfa.
È che di teatro se ne vede poco. E quando si vede, bisogna comprendere
le esigenze di chi lo fa. Perché lo fa. Non ho visto molti spettacoli
belli. E naturalmente, dove lo fa. Solo qualche “bello” spettacolo
di teatro danza. Balletti! In fondo è pur sempre teatro. Certo da non
confondere con la prosa. La prosa fa male e dolorosa. Spargiti qua e laggiù.
Mi sono detto. Fissa un punto. Le parole hanno propri i dolori. Basta crederci.
E si sentono. La stampa ti dice, mi dice, a me, che ormai il giornale non
da più spazi all’individuo. Al singolo. È come se fosse
un’impresa commerciale. Un supermercato. Anzi dovrei ringraziarli, mi
dice, a me, perché mi hanno messo una “fotina”. Io rispondo
che dopo tanti sacrifici, dopo tanti cazzi rotti, mi sembra tutto assurdo.
Che differenza c’è tra un teatro e un teatro? Che differenza
c’è tra un teatro e il mio? C’è! Io dico che non
è giusto. Ma mi sento solo io. Non mi rispondo. Sono offeso con me
stesso perché non mi ascolto. Io faccio finta di non ascoltarmi. È
che in verità sono permaloso. Certo, se fosse stato il teatro di Tizio
o di Caio figuriamoci. Ma quello di Sempronio? No! Quello di Sempronio non
interessa, non se lo fila nessuno. A chi dovrebbe interessare il teatrino
di questo qui! Ma cu è chistu? Si inventò un teatrino, pigghiò
e ci fici spettacoli! Senza addumannare pirmissu.. Ma chi buole fare. Tu ci
capisci niente? No! Manco io! In una città come questa c’è
bisogno di bordellini, no di teatrini. Anzi di bordelli. Grandi e grossi!
Oggi i quotidiani ignorano. Ignorano da imbellono. Intanto le giornate trascorrono.
Luoghi comuni. Dovevamo cominciare. Fare azione.
E in questa città scorrono fiumi d’alcol, chili di hashish, litri
di marijuana, tonnellate di sperma, quintali di patatine al formaggio e trip
di agricoltura biologica e noi invece sporgiamo denuncia contro l’indifferenza.
Che cos’è l’uomo più della bestia se del suo tempo
non fa uso migliore che mangiare e dormire, bere e fumare? Chi ci diede una
mente di così gran tratto, capace del passato e del futuro, non ci
creò con questi doni, per i quali il pensiero partecipa al divino,
perché da noi si lasciassero muffire in noi senza usarli. Sia letargo
bestiale, sia questo mio vizio di analisi a studiar troppo le cose –
pensiero che spaccato in quarti ne ha uno di saggezza e tre di viltà
– io davvero non so perché passo la vita a dire: << questo
è da farsi>>, quando ho causa, volontà salute e mezzi
per farlo. Ma mi faccia il piacere. Me lo dico sul serio. Me lo chiedo sul
serio. In un confessionale. All’aperto. D’estate. In una cabina.
Magari a Mondello. Senza drappi.
Via Dante, secondo piano, interno 7. Azione. Mozione. Vigilanza. Attenzione.
Repulsione. Espulsione. Sofferenza. Ricerca. Direzione. Sperimentazione. Testardaggine.
Violenza. Si fa e si sfa.
30 spettatori. Credere che sia facile è utopia. Forse sono un milione.
Forse un milione e mezzo. Ma viaggiano alla velocità dello champagne.
A volte prosecco. Passa parola. È come un gioco. Non dispero, è
verità questa. Niente seghe mentali o fisiche. Si viaggia verso l’olocausto
culturale. Non me ne si voglia per questa affermazione. Quelli che c’erano
si sono convertiti al materialismo. Non c’erano molti Don Chisciotte.
È stato facile per i mulini vincere. C’è vento. Le parole
non soffiano. Pesano su se stesse. Sprofondano del loro materialismo. La città
è rimasta in mano ai quaranta ladroni. Ali Babà ha detto “apriti
sesamo”. E gli hanno dato i soldi. A pioggia. Lui se fatto il bagno.
Allora io ho detto perché? Fatti i cazzi tuoi, mi hanno risposto. Giusto,
dico io.
Aperti. Li hanno aperti. Per aprire li hanno aperti. Ci vado. Chiusi. Ma questi
teatri aperti sono aperti o chiusi? Perché non li tengono aperti? -dico
io. Perché non ci fanno lavorare qualcuno che possa creare del movimento
culturale. Qualcosa che vada oltre il cartellone di cartone pressato e che
entri dalla porta principale in quell’ecosistema culturale che da ossigeno
all’interesse cerebrale di una popolazione che sicuramente non è
virtuale. Palermo. Fermento. Frumento. Energia. Enzimi. Vibrazioni. Contaminazioni.
Volevo. Potevo. Facevo. Dicevo.
“E dal mio Amletòn , per il mio Amletòn” Mi alzo
a quest'ora, a quest'ora faccio questa cosa, a quest'altra ora faccio quest'altra
cosa, poi questa e poi quest'altra. Prendo la brum o la brim. faccio questa
strada, poi quest'altra... cazzo il semaforo chiuso... telefono che sono in
ritardionon ce la faccio e l'ulcera si fa strada se non chiamo qualcuno potrei
fumarmi anzi mi fumo. “sono entrato alla Vucciria,” Perché
tutto ha un senso, tutto, tanto dobbiamo morire e al passare prendo una cosuccia
da bere, visto che alla fine, qualsiasi cosa accada o qualsiasi cosa facciamo,
avremo comunque e sempre il tempo per pensare ai nostri tristi ricordi che
stanno conficcati in gola, di parole mai dette, pensieri mai fatti, luoghi,
meglio sputarli ora. No! Parole assai e fatti picca. Se Dio ha inventato la
ceres e la perrier significa che non fa male, significa che c'è la
destra e che c'è la sinistra e che tutte e due non fanno male. E una
mano lava l’altra e tutti rui mi lavano a facci. Nell'incertezza, accendere
la tv che non accendo. No. Cruci e nuci. N'terra 'un ci puosa. Si libera dalla
mia pelle un odore acre, acido che sale per le mie narici ancora integre.
In questa dimensione lenta, lineare, inesorabile dove tutto scorre e tutto
si ripete. Tempo tu non lasci spazio, tutto ti appartiene. Cambiano i tempi
forse, i tempi cambiano, ma non il resto. Magari si muore. Muoiono. Sì
la gente muore, ma non si cambia. Un tuffo. Una passeggiata solamente. Entro
dentro. Adesso. “una settimana di immersioni,” Tende, verde, verdure
verde verde giallo rosso, nero lutto, odio spazzatura ferro legname putrefazione
sporcizia letame oaeeeooouuuuuu u futtivu ci vinnivu u quatru centumilalire,
u futtivu, valeva recimilalire fiele. “per constatare che” Questo
è Il mercato! Chiese sconsacrate vite sconsacrate scarpe allacciate
slacciate affibbiate amare immigrate emarginate, corsa. Nisciu a naturali.
Qui tutto è sempre uguale. Passa spassa guarda mummìa pensa
tocca sfiora sfila imposta uomini uominicchi e quaquaraquà curri curri
futti futti ca diu pirduna a tutti spiuni e cascittuni santi piduzzi aiutatemi
auitatemi qui vige la legge dell'arrangiarsi per l'apparire e non per l'essere.
Ma a dare rucientucinquantalire! Ti rietti. Se u sacciu., ma io t'addumannu
u stissu. Un solo padre una sola madre. Una famiglia solamente. Chi ci sputa
sopra è arso cioè va in paradiso. Fratelli. Tradimento, tradire.
Calze, mutande. boa rossa luminosa intermittente, voce, voce e rumore rumore.
“non è mai cambiato nulla". Nessuno può chiedermi
di fermarmi. Nessuno. Mai. Ora. Parola verità, parola verità,
soldi e allarme e occhi puntati addosso che si vedono guardati e guardano
dai rifiuti dalle macerie, in mezzo le zampe di galline, puzza, pudore, fetore,
sudore, urina, trattengo il respiro i miei pensieri sono intrappolati nelle
calze, nelle mutande, sotto le bancarelle, lungo i cornicioni, fili di luce,
lampioni, parrucche, denti cariati, colombe, case sventrare, bombe appese,
luce rubata, panni stesi, piante, gatti, narici, pupille dilatate chi patate,
noci, cruci, cipuddi, cicoria vruocculi sparacieddi mennule atturrate, alive
bianche e niri, russe gialle. Blu. Stop. Fermi. Daccapo. Ricominciamo. “Una
sofferenza mi prende, che si traduce in un pensiero semplice elementare”
Non si fermano non c'è tregua per i soldi, dell'esistenza, della provenienza,
della consistenza. L'essenza. Aria fritta. E sunnu speciali, troppu ruci,
troppu speciali. Il broccolo assassinato, affogato viene fissato con occhio
vitreo dal assassinatore, testato, tastato, braccato, preso. Lo prende lui
e si precipita a so casa per compiere, il fatto, il fattaccio, il misfatto.
E ma ne ca putiemu manciare sempre pasta chi vruoccoli arriminati o chi sparacieddi.
L'aria è sempre più tesa, sottile, densa. Inghiottito succhiato
bloccato fuso arreso. Scendo in profondità. Scivolo ancora più
in basso cancro, tetano, ragazzino, bicicletta col tetano, gambe, odori, puzza,
sporcizia, carrello della spesa che porta un quarto di bue all'aria, un'infinità
di scarpe in un'intimità rarefatta, donna cavallo e re. Nella mia testa,
si insinua, si allarga, si espande, secca, metallica, la speranza è
l'ultima a morire e muore. Signora: cotolette tagghiatili belli fini, ci raccumannu,
picchi si nno arrestanu cruri. Cotoletta battuta fina alla signora. Cotoletta
battuta sempre piaciuta. E tutto è immobile. Verbo dell’immobilità.
Forma. Fermato. Formato. Trasformato. Amato è il tempo perché
doloroso come tutti gli amori inconcepibili insostenibili incompresi ansimanti
spasmodici e sofferenti che uccidono. Uccide. Le sedie davanti i negozi, il
salotto davanti casa, casa e putia, millenni, millenni di tirannia, di capelli
bianchi di pance sporgenti di denti assenti lenti, talè comu fumanu,
agghia, pepi, alive, bianche e nivuri, fragole, fragole e sangue e taverna,
taverna azzurra, ibernante, addormentante, a saluti. Stigghiolaro, piazzetta.
Acqua. Fontana per tutti. Un bene comune. Ci si lava la faccia, la roba, le
casse e pannolini e poppate e ciripà e denti rotti e tagli e cerotti
e legnate e pizzicotti e soldatini e pistole e legnate che bagnano santificano
spogliano e rivestono, benedicono illuminano amano, aggiustano sistemano governano
salvano dal botto dal crollo dal disastro dal terremoto dalla peste dalla
puzza dai succi ca morunu scacciati dai succi ca scappano, ri pietri, ru pruvulazzo,
ri balatuni e du curricurri ra vucciria ru scantu 31, 31 e 47, 1 e 90, palazzo
a muzzo, tetti letti piatti becchi occhi ingravidati che sgravidano lacrime
pietrificate. “Amletòn….”
Conoscenza. Conosco in Italia molti gruppi teatrali che investirebbero volentieri
le loro energie qui, penso io. Ma chi se ne frega. Rispondono pensando, loro.
Resistenza. C’è un’azione che potrebbe far si che quell’ecatombe
di cui parlavo prima, non abbia luogo. Si auspica ad un libero teatro libero.
Ho sentito dire, in una riunione tenutasi a Pescara, in Aprile, che c’era
una necessità di porre un freno, o un acceleratore, a seconda da quale
punto di vista ci si mette ad osservare, a quel tristissimo monopolio culturale
che imperversa in lungo e largo in Europa. Noi eravamo d’accordo. Ci
trovavamo lì proprio per questo. Fare spettacolo. Lo abbiamo fatto.
Lo avevamo già fatto. Lo facciamo. Lo faremo. Skatò. Sterco.
Testo scritto, riscritto, frutto di un travestimento scenico incontrollato,
in palermitano, in napoletano, in genovese, in italiano, ha circolato in quasi
tutta la nostra penisola, senza passare per i circuiti ufficiali, i quali
probabilmente lo avrebbero censurato, non perché fosse osceno, per
carità noi le oscenità le facciamo fare agli altri, ma perché
essenziale di contenuto, violento di testo, efficace nel movimento, forse
anche troppo nel toccare, nello scuotere, riscuotendo parecchi consensi. Un
teatro della necessità.
Rido. Rido di tutti quei teatri, teatranti e teatrini, che lottano, si sputano
e si sputtanano. Piango. Piango per quei teatri, teatranti e teatrini, che
lottano, si sputano e si sputtanano. Me ne fotto. Me ne fotto di tutti quelli
di prima, palermitani e non, e ci nni sunnu assai, che chiudendosi, alimentano
l’olocausto culturale.
Buio. È la storia dell'uomo che soffriva nell'anima perché il
mondo lo castigava, cagava. “l’Amleto…” è la
storia dell'uomo che soffriva nell'anima perché per guardare la tv
ci vogliono soldi, per mangiare ci vogliono soldi, per fare l'amore ci vogliono
soldi, per stare male ci vogliono soldi, soldi, marketing ricerca di mercato
che entra dentro l'uomo che va' al supermercato che ho l'asma perché
l'aria che respiro non è buona voglia la mia e si potrebbe andare tutti
quanti allo zoo comunale perché con la telecamera montata sul posteriore
della macchina non ho nessun problema per parcheggiare! Questa è l'ultima
invenzione. Ovunque. È la storia della mamma del cretino è sempre
incinta, del il cane si morde sempre la coda e del chi rompe paga e i cocci
sono sempre i suoi. Sempre!
Perché Liberiteatri? Pensando. Pensando me ne vo’ per la campagna.
Naturalmente. Naturalmente allusioni ad atti, fatti e persone da me citate
non sono puramente casuali.
Definizione. Definirsi teatrante metropolitano. Tale termine scaturisce dall'adoperarsi
in riscritture sceniche o adattamenti dei propri testi o dei testi classici
alla contemporaneità del periodo storico in corso. Un linguaggio espressivo
contemporaneo e non arcaico quindi, vero di realtà pura e non finto
di finzione scenica. Per realtà darianton intende, la punta più
alta della finzione. La ricerca. La ricerca marcia sull’abbattimento
della quarta parete “psicologica”. Lontani dal teatro classico
all’italiana o inglese darianton fa suo unico interlocutore il pubblico.
Gli attori vengono chiamati ad essere primi testimoni diretti di una riscrittura
teatrale storica che li porta verso un contatto diretto col pubblico. Recitano
con verità, senza nessuna intenzione prestabilita per questo lavoro,
né nella dizione né nella pantomima. Però, al contrario
di quanto accade nelle convenzioni, la naturalezza delle intonazioni e dei
gesti sarà volutamente un tono più su, sciolta e, come messa
in evidenza. È di proposito evitata ogni stilizzazione. Ma ciò
non impedisce ai personaggi di obbedire a una certa logica di eccezione. Trovano
per esprimersi un tono inusitato, nascosto e, come dimenticato, ma verosimile
e reale quanto un altro. L’abbattimento della quarta parete di Grotowski,
la parete fisica, dove il pubblico è chiamato ad essere presente fisicamente
in scena, viene oltrepassata da darianton che aggiunge un coinvolgimento psicologico,
emotivo, costante, perpetuo. Scritture, riscritture e travestimenti scenici
sono praticati per raggruppare e sintetizzare in unica scena significanti
ed emozionanti. Un teatro povero dove l’attore è chiamato a sostenere
lunghe battaglie per un dramma che è la sintesi trasposta del nostro
nuovo secolo
Il mio teatro. Il mio teatro è un viaggio, tutto, all'interno della
quarta parete scenica e non all'esterno. Insieme allo spettatore. I lavori
a volte, vengono scomposti e danno vita, essendo trattati/spaccati di vita
quotidiana, mischiati, ad una infinità di alternative teatrali che
darianton porta in piazza, con la tecnica dell'orazione povera.
Formazione. Formazione è forma-azione. Credo fermamente nella formazione.
Credo fermamente in quelle nuove energie, non incontrate per caso, che libere
da schemi arcaici, daranno vita ad una nuova generazione di attori sacri e
di spettatori sacri.
(Dario Ferrari)