“la pura messa in scena”
Liberiteatri/teatro 30 ha dato vita pubblica al proprio percorso di ricerca in un piccolo teatro, un teatro da camera, che accoglie intimamente gli spettatori, li avvolge, li coinvolge, li travolge, emotivamente, passionalmente, totalmente. Ciò accade attraverso la prosa che la compagnia elegge a strumento, ad attrezzo d’analisi per raccontare la propria contemporaneità storica permettendo di seguire un percorso, un itinerario, che porta alla luce le ricerche, le sperimentazioni, delle più svariate forme, senza mai perdere di vista il punto di partenza, il proprio bagaglio storico culturale. La tradizione viene rielaborata, la tradizione di un popolo, una legge antropologicamente storica, non scritta, valida, ossificata, muta, per creare una nuova eredità sociale, una nuova tradizione...


Anima e Corpo ( elogio della follia )
Tragicommedia in un atto e unica scena
Spettacolo scritto, diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Teatrale Darianton - Liberiteatri (teatro 30)

A un certo punto non serve che cali il sipario. Perché non serve il sipario e non serve altra macchina scenica se non la macchina dell'attore - come diceva Carmelo Bene - con la sua potenza estetica e forma scenica. Che distrugge la distanza tra attore e pubblico costruendo, nel rincorrersi dei significati, l'abisso, il complicato invisibile abisso dell'arte.
Senza sipario e senza altro artificio la compagnia darianton porta in scena il teatro nudo e puro.
Darianton è un gruppo di teatranti palermitani, un duo di rabbia e dialogo talvolta rabbioso, altre volte di impazziti sentimenti che si scompongono e ricompongono nel mosaico della vita.
"Anima e corpo, elogio della follia" è un testo originale che la compagnia ama mettere in scena in modo e luoghi mai convenzionali come è il TeatroTrenta, un opificio delle arti nato a Palermo che contiene soltanto 30 spettatori.
Storia di amore, fedeltà e disincanto. Testo che narra e smette di narrare, che diventa azione e perde il "cadavere orale" della parola detta. Parola che si spegne nel niente dei progetti, come perduta sulla linea di un orizzonte inarrivabile.
Urlante e temuta. Sorridente di mani e manie...
" un lavoro interessante, violento e dolce, fresco e potente, quello di darianton. Capace di diventare ipotesi per lo spettatore. Ipotesi e costruzione di pensiero, condivisione di destino ed energie. Un lavoro che racconta di come la vita rende urlanti i pensieri e indicibile il senso. E invisibile, impossibile da vedere e da decifrare, soprattutto quando lo sguardo è così vicino, il punto di osservazione sulla vita stessa della coppia è così vicino e reciproco da non potere più percorrere spazio, da impedire di vedere. Una storia d'ordinaria follia..."


A.A. (pièce di brani teatrali di Antonin Artaud)
regia Dario Ferrari e Nina Lombardino -
Tragedia in un atto e unica scena
Omaggio a Antonin Artaud

...l'affermazione della crudeltà è l'affermazione della vita stessa dell'uomo, è drâma. Parola e gesto saranno dunque uniti in una scena "non-teologica" ma evocativa. Una scena complessa da rendere visivamente, una scena che sta al limite forse tra Teatro e Cinema. Immagini che tutto comprendono, oscure come l'animo umano, pesanti di un silenzio contratto nell'istante. Tragedia in un atto

 

Skatò (sterco)
Tragedia in un atto e unica scena
Spettacolo scritto, diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Teatrale Darianton - Liberiteatri (teatro 30)

skatò è un attento viscerale melodico turpiloquio che è il tragico monologo di un uomo, flash-beccato e miscelato,un ultimo uomo, ultimo proletario nel suo amore smodato per la realizzazione, per la libertà, per l'irrealtà, per la fantasia. Amore amaro che costa la vita a chiunque voglia sposarlo.
Lo spettacolo propone fusi in un unico contesto elementi che hanno matrici diversissime.
È un lavoro di forte impatto fisico e visivo a due voci. Un viaggio surreale irreale all'interno di una malattia sociale storica culturale, una sofferenza della testa che nessuno s'arrischia a buttare fuori, perché poi fa male. Per il piacere d'essere attore, per il piacere d'essere spettatore e per il piacere d'essere teatro.
Il testo scritto diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino, della compagnia darianton, ha la valenza di un rito, di una lunga danza ritmata che riporta alle radici del teatro, confermando quella ipotesi di lavoro che vede il teatro come convocazione di una comunità davanti ai propri dubbi, e il corpo dell'attore l'unica scena possibile. Lo spettacolo è insomma una sorta di nero poema epico costruito ricorrendo ad una miscela esplosiva di invenzioni vocali e di temi narrativi, dove l'attore, con la sua scrittura del corpo, smuove ritmicamente il linguaggio, costringe le parole a farsi carne, cercando di alludere, con la propria alterigia, ad un'altra dimensione umana possibile...La piece vede.... Skatò ( la parola è greco salentino e significa sterco......), come un libro chiuso, aperto, su delle pagine di quotidiana follia che tutti conoscono, ma che nessuno enuncia.... vigliacco è quell'essere che scende a compromessi, che regala servigi, che si prostituisce l'anima... un uomo può arrecare danno a se stesso e all'umanità se non riesce a pararsi i colpi dall'ingiusto marchingegno del tempo globale globalizzante che ferisce e schiaccia i più savi esseri esistenti sulla faccia della terra...
Erranti sono i protagonisti che scivolano dentro "a sto cartonimato amaro" che è la vita, che un qualsiasi Collodi se divertito a scrivere... Ammalati sono, come" puttane affette da dissenteria" per non potere digerire/vivere quello che gli molti altri vivono... Una petizione fanno, una raccolta di firme " che il giorno possa durare 48 ore" perché tirchia è quest'esistenza con loro" esseri umani"...

“Tra l'azione e la parola esiste un mondo silente di scommesse. Di vite che galleggiano sopra un limen sfuggente, un orizzonte che separa, -fil rouge a conduzione elettrica - la visione dal reale. Nasce nel fecale concime che deve irrorare la terra la pièce Skatò, in scena al Teatro "F.Rosaspina" di Montescudo (Rn) domenica 17 marzo: pastiche sulla conduzione - condizione umana rabbiosa, idiomatica, alle volte ruvida. I due attori - interpreti, Dario Ferrari ed Nina Lombardino, lavorano sulla potenza del verbo, scavando tra gli ambienti palermitani del disagio: nasce una performance istintiva, non sempre chiara nella comprensione dialettica, ma di sicuro impatto. Perchè le due anime sceniche, nere nel corpo e bianche nel volto, ritmano il quid analizzato attraverso scelte vocali di successo. Così il disagio diventa urlo, messa in scena, dramma. La voce di chi subisce ma non può essere ascoltato. Il traghetto scenico appare semplice ed essenziale: il teatro diventa comunicazione e non immagine. Perchè la parola si libera del vezzi barocchi e si spoglia, nuda e spigolosa, nella vasca di "sterco" umano presentato sul palco. E nuota, lì, tra le rabbie e le affluenze di più emissari: religione come vita, poesia come violenza. Nulla sfugge a questi due giovani attori, che si riempiono la bocca di quotidiani disagi da vomitare sulla scena. Da defecare, piano piano, dopo aver metabolizzato gli escrementi umani del nuovo secolo. Per una nuova vita. Per un messaggio da esternare”. Alessandro Carli
note di regia:
“ Skatò è un testo scritto e riscritto scenicamente. È un miscuglio di correnti teatrali, unite, per raccontare.
Nella maniera di Darianton, gli attori, eseguono la scarnificazione di un testo crudo che porta sulle tavole scure del palcoscenico una realtà ruvida ossessionante ed ossessionata... Volano di bocca intrecciandosi filettate linguistiche che si aggrappano ad una corda tesa che parte dal centro della terra per vibrare tutti i rumori del mondo e per spezzarsi poi, di fronte alla cinica visione di un’esistenza malata. È un dramma, il dramma di uomini veri. Così viene fuori la questione del vero in scena: l’inclemenza di darianton nel raccontare, nel fare una mostrizzazione degli eventi, crea il vero. Un atteggiamento questo che può trarre in inganno, allontanare dal reale, dare fastidio, deconcentrare, non produrre un giudizio estetico positivo, ma la scelta presa è quella di non tenere le redini dell’estetica ma lasciare che il meccanismo teatrale faccia il suo corso naturale; la scena, l'azione viene sporcata, un’azione che fino ad oggi aveva avuto un contesto fluido, prosaico... pulito. Darianton ha il viso dipinto di bianco, oramai riconoscibile, solo questo, poi il resto è scena.”


“Ella" di Herbert Achtembusch
Tragedia in un atto e unica scena
Spettacolo riscritto, diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Teatrale Darianton - Liberiteatri (teatro 30)


Introduzione alla rappresentazione teatrale...“Io sono un extraterrestre. Continuo a non essere in questo mondo. Sono in cammino. E ho paura di atterrare. Nel camion del latte. Nella centrale di un partito. In una stazione di polizia. Alla catena di montaggio. Davanti alle domande di un giornalista. Davanti al menu di un ristorante della catena Wienerwald. In una massa di gente senza sapere cosa affascina tutta questa gente - senza sapere cosa potrei dire per sentirmi all’unisono con loro. Essere atterrato, in questo momento qualsiasi su un albero, come una foglia, non è stato assolutamente sgradevole. In tal modo si vola vicini alla terra con indicibile forza.” Herbert Achternbusch

"Ella"
Tragedia al di là di Ella e liberamente tratto da "Ella" di Herbert Achtembusch, da cui trae spunto eleggendolo a traccia su cui viaggiare...
La necessità è quella di porsi in scena affinché il teatro si compia. Oltrepassare questo porsi è impresa assai basilare acciocché si straripi al di là. Ciò è possibile a mezzo dell'attorialità , del tenace e alienato lavoro scenico...
Tracce:
La didascalia iniziale è assolutamente e aprioristicamente esauriente circa il dènoument, vi è bandita qualsiasi intenzione di creare suspense , la tragedia è già colta al suo acme, la "storia" è già tutta raccontata in quelle prime righe: " io la storia della mia vita ce l' ho già..."
Da lì prende avvio la piece, questo profluvio, questo oceano di parole, questo monologo esteriore che registra in moduli scompaginati i ricordi di una memoria sgangherata, la quale affastella, scompone, recupera episodi in assoluta sconnessione cronologica. In realtà la stazione di questa odissea non sono tanto trascritte quanto puntellate con i brandelli di una lingua che lingua non è più, con quella penuria di verbi, con quella penosa ricerca del vocabolo adeguato che non arriva e a cui si supplisce con continui svuotamenti semantici; con quella interpunzione arbitraria, più spesso assente o, se usata atta solo a creare quelle pause ossessive di accidentata litania, la quale scandisce il discorso in cadenze disarmoniche e dal respiro brevissimo. Le scarse tracce di un costrutto sintattico fanno presumere frasi che, depauperate della propria identità, si accavallano l'un l'altra frantumate in un coacervo quasi inestricabile...
L'OPERA: ELLA è la rielaborazione di un capitolo del romanzo “Verrà il giorno” (1973) di H.A. riscritto nel 1978 su commissione di Klaus Peymann, direttore dello Staatheater di Stoccarda. Ella prende spunto da un modello vivo, la zia omonima, di cui Achternbusch è stato, e forse è ancora, tutore.
Nel suo accidentato viaggio verso il silenzio Ella, rimbecillita dalle botte e dalle brutture cui è stata sottoposta fin da piccola, ha progressivamente perso la capacità di esprimersi ma è assolutamente ferrea nel riferire i simboli delle varie gerarchie che la oppresse: il padre, il medico, lo psichiatra ecc.
Prende così avvio quest’oceano di parole, che registra in moduli scompaginati i ricordi di una memoria sgangherata la quale affastella, scompone, recupera episodi in un’assoluta sconnessione cronologica. Quella penuria di verbi, quella penosa ricerca del vocabolo adeguato che non arriva, le scarse tracce di un costrutto sintattico, fanno pre-sumere frasi che, depauperate della propria identità, si accavallano una sull'altra, frantuma-te in un coacervo inestricabile.
“Ella” è un essere vegetante, una macabra testimonianza della violenza esercitata da un sistema sociale su determinati soggetti che, deboli ed incapaci di difendersi, vengono non solo violentati, ma anche sfruttati nelle poche risorse di cui ancora dispongono. “Ella” si sente “persona” solo in quei pochi intervalli di libertà che lei stessa si strappa rabbiosamente andando ad “evadere” con gioiosa spavalderia in un cinema.
“…io ho sempre una storia semplice, ma racconto in modo così fantastico e forte e tenero ed esecrante e ardente e bisognoso d'amore che vi si ritrova un lembo di vita...” Herbert Achternbusch
La compagnia Darianton, con gli attori e registi Dario Ferrari e Nina Lombardino, per Liberiteatri, porta in scena quest'opera di Achternbusch ricostruita in un monologo per due voci; in scena due attori, non uno, un uomo vestito da donna e la madre, “quasi” come previsto dall'autore e... Ripercorrendo il testo con assoluta padronanza, fornisce la triste realtà di una donna/madre, ripercorsa da un figlio, che la impersonifica, e tenta di liberarla

 

“L’OSPITE”
liberamente tratto da un testo di Giuseppe Drago
Di e Con NINA LOMBARDINO


L’Ospite è una produzione della Compagnia Teatrale Darianton di Liberiteatri Note di regia:
“E’ l’incontro con un testo drammatico.
L’Ospite possiede tutto. Il protagonista è stato ricevuto in sé dall’attrice, accolto, metabolizzato e poi risputato. Non nella maniera grotowskiana o brechtiana o …, ma nella maniera di Darianton. Il testo così ha preso vita. È diventato carne.
E come “carne da macello” è Berta, che nelle strade, la notte, tra paura rimorsi e ricordi, tiene il suo coltellino pronto, nella borsetta, perché lei sa come si usa, così la piece è diventata per l’attrice una testa d’ariete, motivo di scontro, campo di battaglia, patibolo e talamo, insieme, per dar vita o per togliere vita, così fa darianton, a quell’incontro tra pubblico e attore, che si corona in teatro, in quel teatro dove l’accordo è preso nella complicità più assoluta. Nel regno della bugia. Dare o togliere, senza vie di mezzo. E oltre.
La durezza del testo scivola con crudezza e crudeltà lungo un filo teso nella testa di Berta. Un filo che vibra tra una dimensione e l’altra, tra la vita e la morte, tra il passato e il presente.
Un ritmo di un sud dell’anima che è un sud universale”. (Dario Ferrari)

Nota dell’autore
Una stanza al limite delle cose confessabili, nella quale si sala o si conserva in salamoia del pesce. E due porte: una chiusa verso l’esterno, l’altra che “cela” un ospite che non è mai giunto, ma al quale Berta – una donna forse malata, di certo provata – rivolge il suo lungo monologo iniziale, scorrendo fantasmi ossessivi che emergono dal passato come lame taglienti. Il ricordo del padre violento e del suo assassinio, dei fratelli, della madre, della vita dalle suore, e poi come carne da macello nelle strade, si fonde ad una candida incredulità, a una forte angoscia, a un confuso senso morale.
Nel breve finale a due Tom porta anch’egli il suo carico di misteri inconfessabili, un passato aspro e crudele contiguo alla disperazione e al delitto, di cui sopravvive una sprezzante noncuranza, un senso di marcio che forse soltanto il misterioso ospite, cui l’immaginazione di Berta, in stramba ipotesi, dà un volto e perfino un nome, potrebbe dissipare…
La messinscena di Dario Ferrari risolve la scenografia, rendendola assolutamente scarna e priva di qualsiasi orpello ed anche il ruolo di Tom, che viene trasformato in una manciata di battute affidate alla stessa Berta, che resta fino alla fine solitaria padrona della scena. (Giuseppe Drago)

 

“MALAMENTE”
Di e Con DARIO FERRARI


(…) La vedi questa? Questa è la stella tua, questa è caduta di sotto ed io me la sono pigliata come anticipo, diciamo così, questo è un anticipo dei 400 milioni, delle case, delle proprietà che mi avevi promesso tu…
Un barbone gira per le strade abbaiando rabbioso ai passanti e alle finestre illuminate; qualcuno gli ha rubato qualcosa, qualcuno non ha mantenuto le sue magnifiche promesse. Quando le luci cui si rivolgeva si spengono, il barbone decide di fare luce da solo accendendo un fuoco con lo stesso documento sul quale sosteneva essere scritto il suo buon diritto ad essere erede unico del creato. Una vita “svistuta” (spogliata) dalla quale affiorano irruenti le immagini di una società che perde il suo tempo a creare demoni e poi li crocifigge. Solo, delirante, affronta e vive i ricordi di una vita pregna di violenze. Vagabondaggio e povertà sono i catalizzatori che creano nel protagonista la follia…

SUD pensieri, parole, opere e omissioni
Movimento Teatrale Drammatico in un’unica scena

diretto e ideato da
Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Darianton – Palermo

“Sud – Pensieri Parole Opere e Omissioni” è uno studio attento della forza espressiva dei vocaboli e delle costruzioni di una lingua vera quale è il dialetto. Dialetto che diventa strumento di comunicazione puro di sentimenti puri. Un viaggio all’interno delle corde più sensibili e fragili dell’essere. Sei peccati. Sei confessioni. Sei attori in scena in preda ad un delirante conflitto interiore…che fa male…che uccide.
“Raccontami un peccato…”, così è nato “ Sud – Pensieri Parole Opere e Omissioni ” , ideato e diretto da Dario Ferrari e Nina Lombardino. Ogni attore ha scelto e scritto il proprio peccato, prima in italiano, poi, nella drammatizzazione del testo, il dialetto è venuto da sé, era nei pensieri e nelle viscere di ognuno, non se ne poteva fare a meno.
Una magia, una forte emozione e riecco viva la lingua dei nostri padri. Credo che sia giusto così, giusto in quanto necessario, non demolire le radici della nostra cultura. Dario Ferrari e Nina Lombardino

Dialetto dunque,
dialetto come strumento di rifiuto della
“cultura aziendale”
che appiattisce brutalmente tutto.
Dialetto come spazio espressivo,
come rifiuto di un imborghesimento che è asservimento
e che lascia, culturalmente, nella terra bruciata.
Dialetto come rafforzamento comunicativo bilinguale
e quindi come antiseparatismo.
Dialetto come politica e storia e dialettica e cultura. Pier Paolo Pasolini

SHAKESPEARE RE DI PALERMO

di e con Dario Ferrari e Nina Lombardino

tragedia in un atto e in unica scena che vedrà gli attori spaccare il pensiero di Shakespeare in quarti e usare l’Amleto come canovaccio su cui tessere una nuova rilettura storica. Così il patetico eterno del vecchio dramma riacquisterà tutto il suo significato, la sua urgenza, ma soprattutto la sua attualità.

 

“NERO.”

di e con (in ordine di apparizione) Nina Lombardino e Dario Ferrari

epilogo drammatico in due atti uniti.
Sarah Kane corrompe e ispira Nero, prestandosi, col suo 4.48 Psychosis, ad un’esperimento di contaminazione tutto palermitano. Darianton introduce così il suo dramma: Palermo. Tesi e antitesi. In un futuro presente, dove un linguaggio espressivo, contemporaneo e non arcaico, vero di realtà pura e non finto di finzione scenica, si riproduce nella realtà come momento culminante della finzione. E nel guardarsi guardare qui il teatro prende corpo e diventa, per tutti, luogo di incontro e di scontro. Una storia comune, non luogo comune, è dapprima uno scenario di forte impatto fisico e verbale, dopo solo mentale. Lo spettatore vive, insieme a darianton, in un viaggio, tutto, all’interno della quarta parete e non all’esterno, un percorso di vita vissuta e reale.
Una donna si spacca e trascende nella cruda dissertazione di un malessere atavico, ripercorrendo strade e vicoli mentali della sofferenza panormita. Un uomo segue, nel secondo atto unito, in un percorso surreale, ma non per questo finto, un dramma/ironico/nero che va a toccare le corde più intime e nascoste dell’animo umano. In maniera silente l’opera trascende dal suo valore specifico e sfocia nella follia del teatro, restituendo a questo il suo valore ultimo di catarsi. (D a r i a n t o n)
Nero.
Due Monologhi originali per la compagnia Darianton. Il primo, drammatico, interpretato da Nina Lombardino, l’iconografia marcata dei tratti e delle smorfie della patologia schizoide, la coazione a ripetere ad essa collegata, compenetrazione dello spettatore nella soffertenza dell’attore. Il secondo interpretato da Dario Ferrari, trappola statica d’esordio, graduale ascesa che riapre persino la voglia di ridere (davvero e di cuore) per inchiodarti infine davanti alla lucidità spietata della catarsi. Un viatico “felice” che circoscrive un periplo attorno alle rotte della follia e della liberazione.

FOTO DI SCENA