Anima
e Corpo ( elogio della follia )
Tragicommedia in un atto e unica scena
Spettacolo scritto, diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Teatrale Darianton - Liberiteatri (teatro 30)
A.A. (pièce di brani teatrali di Antonin Artaud)
regia Dario Ferrari e Nina Lombardino - Tragedia
in un atto e unica scena
Omaggio a Antonin Artaud
...l'affermazione della crudeltà è l'affermazione della vita stessa dell'uomo, è drâma. Parola e gesto saranno dunque uniti in una scena "non-teologica" ma evocativa. Una scena complessa da rendere visivamente, una scena che sta al limite forse tra Teatro e Cinema. Immagini che tutto comprendono, oscure come l'animo umano, pesanti di un silenzio contratto nell'istante. Tragedia in un atto
Skatò
(sterco)
Tragedia in un atto e unica scena
Spettacolo scritto, diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Teatrale Darianton - Liberiteatri (teatro 30)
skatò
è un attento viscerale melodico turpiloquio che è il tragico monologo
di un uomo, flash-beccato e miscelato,un ultimo uomo, ultimo proletario nel
suo amore smodato per la realizzazione, per la libertà, per l'irrealtà,
per la fantasia. Amore amaro che costa la vita a chiunque voglia sposarlo.
Lo spettacolo propone fusi in un unico contesto elementi che hanno matrici diversissime.
È un lavoro di forte impatto fisico e visivo a due voci. Un viaggio surreale
irreale all'interno di una malattia sociale storica culturale, una sofferenza
della testa che nessuno s'arrischia a buttare fuori, perché poi fa male.
Per il piacere d'essere attore, per il piacere d'essere spettatore e per il
piacere d'essere teatro.
Il testo scritto diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino,
della compagnia darianton, ha la valenza di un rito, di una lunga danza ritmata
che riporta alle radici del teatro, confermando quella ipotesi di lavoro che
vede il teatro come convocazione di una comunità davanti ai propri dubbi,
e il corpo dell'attore l'unica scena possibile. Lo spettacolo è insomma
una sorta di nero poema epico costruito ricorrendo ad una miscela esplosiva
di invenzioni vocali e di temi narrativi, dove l'attore, con la sua scrittura
del corpo, smuove ritmicamente il linguaggio, costringe le parole a farsi carne,
cercando di alludere, con la propria alterigia, ad un'altra dimensione umana
possibile...La piece vede.... Skatò ( la parola è greco salentino
e significa sterco......), come un libro chiuso, aperto, su delle pagine di
quotidiana follia che tutti conoscono, ma che nessuno enuncia.... vigliacco
è quell'essere che scende a compromessi, che regala servigi, che si prostituisce
l'anima... un uomo può arrecare danno a se stesso e all'umanità
se non riesce a pararsi i colpi dall'ingiusto marchingegno del tempo globale
globalizzante che ferisce e schiaccia i più savi esseri esistenti sulla
faccia della terra...
Erranti sono i protagonisti che scivolano dentro "a sto cartonimato
amaro" che è la vita, che un qualsiasi Collodi se divertito
a scrivere... Ammalati sono, come" puttane affette da dissenteria"
per non potere digerire/vivere quello che gli molti altri vivono... Una petizione
fanno, una raccolta di firme " che il giorno possa durare 48 ore"
perché tirchia è quest'esistenza con loro" esseri umani"...
“Tra
l'azione e la parola esiste un mondo silente di scommesse. Di vite che galleggiano
sopra un limen sfuggente, un orizzonte che separa, -fil rouge a conduzione elettrica
- la visione dal reale. Nasce nel fecale concime che deve irrorare la terra
la pièce Skatò, in scena al Teatro "F.Rosaspina" di
Montescudo (Rn) domenica 17 marzo: pastiche sulla conduzione - condizione umana
rabbiosa, idiomatica, alle volte ruvida. I due attori - interpreti, Dario Ferrari
ed Nina Lombardino, lavorano sulla potenza del verbo, scavando tra gli ambienti
palermitani del disagio: nasce una performance istintiva, non sempre chiara
nella comprensione dialettica, ma di sicuro impatto. Perchè le due anime
sceniche, nere nel corpo e bianche nel volto, ritmano il quid analizzato attraverso
scelte vocali di successo. Così il disagio diventa urlo, messa in scena,
dramma. La voce di chi subisce ma non può essere ascoltato. Il traghetto
scenico appare semplice ed essenziale: il teatro diventa comunicazione e non
immagine. Perchè la parola si libera del vezzi barocchi e si spoglia,
nuda e spigolosa, nella vasca di "sterco" umano presentato sul palco.
E nuota, lì, tra le rabbie e le affluenze di più emissari: religione
come vita, poesia come violenza. Nulla sfugge a questi due giovani attori, che
si riempiono la bocca di quotidiani disagi da vomitare sulla scena. Da defecare,
piano piano, dopo aver metabolizzato gli escrementi umani del nuovo secolo.
Per una nuova vita. Per un messaggio da esternare”. Alessandro Carli
note di regia:
“ Skatò è un testo scritto e riscritto scenicamente. È
un miscuglio di correnti teatrali, unite, per raccontare.
Nella maniera di Darianton, gli attori, eseguono la scarnificazione di un testo
crudo che porta sulle tavole scure del palcoscenico una realtà ruvida
ossessionante ed ossessionata... Volano di bocca intrecciandosi filettate linguistiche
che si aggrappano ad una corda tesa che parte dal centro della terra per vibrare
tutti i rumori del mondo e per spezzarsi poi, di fronte alla cinica visione
di un’esistenza malata. È un dramma, il dramma di uomini veri.
Così viene fuori la questione del vero in scena: l’inclemenza di
darianton nel raccontare, nel fare una mostrizzazione degli eventi, crea il
vero. Un atteggiamento questo che può trarre in inganno, allontanare
dal reale, dare fastidio, deconcentrare, non produrre un giudizio estetico positivo,
ma la scelta presa è quella di non tenere le redini dell’estetica
ma lasciare che il meccanismo teatrale faccia il suo corso naturale; la scena,
l'azione viene sporcata, un’azione che fino ad oggi aveva avuto un contesto
fluido, prosaico... pulito. Darianton ha il viso dipinto di bianco, oramai riconoscibile,
solo questo, poi il resto è scena.”
“Ella" di Herbert Achtembusch
Tragedia in un atto e unica scena
Spettacolo riscritto, diretto e interpretato da Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Teatrale Darianton - Liberiteatri (teatro 30)
Introduzione alla rappresentazione teatrale...“Io sono un extraterrestre.
Continuo a non essere in questo mondo. Sono in cammino. E ho paura di atterrare.
Nel camion del latte. Nella centrale di un partito. In una stazione di polizia.
Alla catena di montaggio. Davanti alle domande di un giornalista. Davanti al
menu di un ristorante della catena Wienerwald. In una massa di gente senza sapere
cosa affascina tutta questa gente - senza sapere cosa potrei dire per sentirmi
all’unisono con loro. Essere atterrato, in questo momento qualsiasi su
un albero, come una foglia, non è stato assolutamente sgradevole. In
tal modo si vola vicini alla terra con indicibile forza.” Herbert
Achternbusch
"Ella"
Tragedia al di là di Ella e liberamente tratto da "Ella" di
Herbert Achtembusch, da cui trae spunto eleggendolo a traccia su cui viaggiare...
La necessità è quella di porsi in scena affinché il teatro
si compia. Oltrepassare questo porsi è impresa assai basilare acciocché
si straripi al di là. Ciò è possibile a mezzo dell'attorialità
, del tenace e alienato lavoro scenico...
Tracce:
La didascalia iniziale è assolutamente e aprioristicamente esauriente
circa il dènoument, vi è bandita qualsiasi intenzione di creare
suspense , la tragedia è già colta al suo acme, la "storia"
è già tutta raccontata in quelle prime righe: " io la storia
della mia vita ce l' ho già..."
Da lì prende avvio la piece, questo profluvio, questo oceano di parole,
questo monologo esteriore che registra in moduli scompaginati i ricordi di una
memoria sgangherata, la quale affastella, scompone, recupera episodi in assoluta
sconnessione cronologica. In realtà la stazione di questa odissea non
sono tanto trascritte quanto puntellate con i brandelli di una lingua che lingua
non è più, con quella penuria di verbi, con quella penosa ricerca
del vocabolo adeguato che non arriva e a cui si supplisce con continui svuotamenti
semantici; con quella interpunzione arbitraria, più spesso assente o,
se usata atta solo a creare quelle pause ossessive di accidentata litania, la
quale scandisce il discorso in cadenze disarmoniche e dal respiro brevissimo.
Le scarse tracce di un costrutto sintattico fanno presumere frasi che, depauperate
della propria identità, si accavallano l'un l'altra frantumate in un
coacervo quasi inestricabile...
L'OPERA: ELLA è la rielaborazione di un capitolo del romanzo “Verrà
il giorno” (1973) di H.A. riscritto nel 1978 su commissione di Klaus Peymann,
direttore dello Staatheater di Stoccarda. Ella prende spunto da un modello vivo,
la zia omonima, di cui Achternbusch è stato, e forse è ancora,
tutore.
Nel suo accidentato viaggio verso il silenzio Ella, rimbecillita dalle botte
e dalle brutture cui è stata sottoposta fin da piccola, ha progressivamente
perso la capacità di esprimersi ma è assolutamente ferrea nel
riferire i simboli delle varie gerarchie che la oppresse: il padre, il medico,
lo psichiatra ecc.
Prende così avvio quest’oceano di parole, che registra in moduli
scompaginati i ricordi di una memoria sgangherata la quale affastella, scompone,
recupera episodi in un’assoluta sconnessione cronologica. Quella penuria
di verbi, quella penosa ricerca del vocabolo adeguato che non arriva, le scarse
tracce di un costrutto sintattico, fanno pre-sumere frasi che, depauperate della
propria identità, si accavallano una sull'altra, frantuma-te in un coacervo
inestricabile.
“Ella” è un essere vegetante, una macabra testimonianza della
violenza esercitata da un sistema sociale su determinati soggetti che, deboli
ed incapaci di difendersi, vengono non solo violentati, ma anche sfruttati nelle
poche risorse di cui ancora dispongono. “Ella” si sente “persona”
solo in quei pochi intervalli di libertà che lei stessa si strappa rabbiosamente
andando ad “evadere” con gioiosa spavalderia in un cinema.
“…io ho sempre una storia semplice, ma racconto in modo così
fantastico e forte e tenero ed esecrante e ardente e bisognoso d'amore che vi
si ritrova un lembo di vita...” Herbert Achternbusch
La compagnia Darianton, con gli attori e registi Dario Ferrari e Nina Lombardino,
per Liberiteatri, porta in scena quest'opera di Achternbusch ricostruita in
un monologo per due voci; in scena due attori, non uno, un uomo vestito da donna
e la madre, “quasi” come previsto dall'autore e... Ripercorrendo
il testo con assoluta padronanza, fornisce la triste realtà di una donna/madre,
ripercorsa da un figlio, che la impersonifica, e tenta di liberarla
“L’OSPITE”
liberamente tratto da un testo di Giuseppe Drago
Di e Con NINA LOMBARDINO
L’Ospite è una produzione della Compagnia Teatrale Darianton di
Liberiteatri Note di regia:
“E’ l’incontro con un testo drammatico.
L’Ospite possiede tutto. Il protagonista è stato ricevuto in sé
dall’attrice, accolto, metabolizzato e poi risputato. Non nella maniera
grotowskiana o brechtiana o …, ma nella maniera di Darianton. Il testo
così ha preso vita. È diventato carne.
E come “carne da macello” è Berta, che nelle strade, la notte,
tra paura rimorsi e ricordi, tiene il suo coltellino pronto, nella borsetta,
perché lei sa come si usa, così la piece è diventata per
l’attrice una testa d’ariete, motivo di scontro, campo di battaglia,
patibolo e talamo, insieme, per dar vita o per togliere vita, così fa
darianton, a quell’incontro tra pubblico e attore, che si corona in teatro,
in quel teatro dove l’accordo è preso nella complicità più
assoluta. Nel regno della bugia. Dare o togliere, senza vie di mezzo. E oltre.
La durezza del testo scivola con crudezza e crudeltà lungo un filo teso
nella testa di Berta. Un filo che vibra tra una dimensione e l’altra,
tra la vita e la morte, tra il passato e il presente.
Un ritmo di un sud dell’anima che è un sud universale”. (Dario
Ferrari)
Nota
dell’autore
Una stanza al limite delle cose confessabili, nella quale si sala o si conserva
in salamoia del pesce. E due porte: una chiusa verso l’esterno, l’altra
che “cela” un ospite che non è mai giunto, ma al quale Berta
– una donna forse malata, di certo provata – rivolge il suo lungo
monologo iniziale, scorrendo fantasmi ossessivi che emergono dal passato come
lame taglienti. Il ricordo del padre violento e del suo assassinio, dei fratelli,
della madre, della vita dalle suore, e poi come carne da macello nelle strade,
si fonde ad una candida incredulità, a una forte angoscia, a un confuso
senso morale.
Nel breve finale a due Tom porta anch’egli il suo carico di misteri inconfessabili,
un passato aspro e crudele contiguo alla disperazione e al delitto, di cui sopravvive
una sprezzante noncuranza, un senso di marcio che forse soltanto il misterioso
ospite, cui l’immaginazione di Berta, in stramba ipotesi, dà un
volto e perfino un nome, potrebbe dissipare…
La messinscena di Dario Ferrari risolve la scenografia, rendendola assolutamente
scarna e priva di qualsiasi orpello ed anche il ruolo di Tom, che viene trasformato
in una manciata di battute affidate alla stessa Berta, che resta fino alla fine
solitaria padrona della scena. (Giuseppe Drago)
“MALAMENTE”
Di e Con DARIO FERRARI
(…) La vedi questa? Questa è la stella tua, questa è caduta
di sotto ed io me la sono pigliata come anticipo, diciamo così, questo
è un anticipo dei 400 milioni, delle case, delle proprietà che
mi avevi promesso tu…
Un barbone gira per le strade abbaiando rabbioso ai passanti e alle finestre
illuminate; qualcuno gli ha rubato qualcosa, qualcuno non ha mantenuto le sue
magnifiche promesse. Quando le luci cui si rivolgeva si spengono, il barbone
decide di fare luce da solo accendendo un fuoco con lo stesso documento sul
quale sosteneva essere scritto il suo buon diritto ad essere erede unico del
creato. Una vita “svistuta” (spogliata) dalla quale affiorano irruenti
le immagini di una società che perde il suo tempo a creare demoni e poi
li crocifigge. Solo, delirante, affronta e vive i ricordi di una vita pregna
di violenze. Vagabondaggio e povertà sono i catalizzatori che creano
nel protagonista la follia…
SUD
pensieri, parole, opere e omissioni
Movimento Teatrale Drammatico in un’unica scena
diretto
e ideato da
Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia Darianton – Palermo
“Sud
– Pensieri Parole Opere e Omissioni” è uno studio attento
della forza espressiva dei vocaboli e delle costruzioni di una lingua vera quale
è il dialetto. Dialetto che diventa strumento di comunicazione puro di
sentimenti puri. Un viaggio all’interno delle corde più sensibili
e fragili dell’essere. Sei peccati. Sei confessioni. Sei attori in scena
in preda ad un delirante conflitto interiore…che fa male…che uccide.
“Raccontami un peccato…”, così è nato “
Sud – Pensieri Parole Opere e Omissioni ” , ideato e diretto da
Dario Ferrari e Nina Lombardino. Ogni attore ha scelto e scritto il proprio
peccato, prima in italiano, poi, nella drammatizzazione del testo, il dialetto
è venuto da sé, era nei pensieri e nelle viscere di ognuno, non
se ne poteva fare a meno.
Una magia, una forte emozione e riecco viva la lingua dei nostri padri. Credo
che sia giusto così, giusto in quanto necessario, non demolire le radici
della nostra cultura. Dario Ferrari e Nina Lombardino
Dialetto
dunque,
dialetto come strumento di rifiuto della
“cultura aziendale”
che appiattisce brutalmente tutto.
Dialetto come spazio espressivo,
come rifiuto di un imborghesimento che è asservimento
e che lascia, culturalmente, nella terra bruciata.
Dialetto come rafforzamento comunicativo bilinguale
e quindi come antiseparatismo.
Dialetto come politica e storia e dialettica e cultura. Pier
Paolo Pasolini
SHAKESPEARE RE DI PALERMO
di e con Dario Ferrari e Nina Lombardino
tragedia in un atto e in unica scena che vedrà gli attori spaccare il pensiero di Shakespeare in quarti e usare l’Amleto come canovaccio su cui tessere una nuova rilettura storica. Così il patetico eterno del vecchio dramma riacquisterà tutto il suo significato, la sua urgenza, ma soprattutto la sua attualità.
“NERO.”
di e con (in ordine di apparizione) Nina Lombardino e Dario Ferrari
epilogo drammatico in due atti uniti.
Sarah Kane corrompe e ispira Nero, prestandosi, col suo 4.48 Psychosis, ad un’esperimento
di contaminazione tutto palermitano. Darianton introduce così il suo
dramma: Palermo. Tesi e antitesi. In un futuro presente, dove un linguaggio
espressivo, contemporaneo e non arcaico, vero di realtà pura e non finto
di finzione scenica, si riproduce nella realtà come momento culminante
della finzione. E nel guardarsi guardare qui il teatro prende corpo e diventa,
per tutti, luogo di incontro e di scontro. Una storia comune, non luogo comune,
è dapprima uno scenario di forte impatto fisico e verbale, dopo solo
mentale. Lo spettatore vive, insieme a darianton, in un viaggio, tutto, all’interno
della quarta parete e non all’esterno, un percorso di vita vissuta e reale.
Una donna si spacca e trascende nella cruda dissertazione di un malessere atavico,
ripercorrendo strade e vicoli mentali della sofferenza panormita. Un uomo segue,
nel secondo atto unito, in un percorso surreale, ma non per questo finto, un
dramma/ironico/nero che va a toccare le corde più intime e nascoste dell’animo
umano. In maniera silente l’opera trascende dal suo valore specifico e
sfocia nella follia del teatro, restituendo a questo il suo valore ultimo di
catarsi. (D a r i a n t o n)
Nero.
Due Monologhi originali per la compagnia Darianton. Il primo, drammatico, interpretato
da Nina Lombardino, l’iconografia marcata dei tratti e delle smorfie della
patologia schizoide, la coazione a ripetere ad essa collegata, compenetrazione
dello spettatore nella soffertenza dell’attore. Il secondo interpretato
da Dario Ferrari, trappola statica d’esordio, graduale ascesa che riapre
persino la voglia di ridere (davvero e di cuore) per inchiodarti infine davanti
alla lucidità spietata della catarsi. Un viatico “felice”
che circoscrive un periplo attorno alle rotte della follia e della liberazione.