STAGIONE TEATRALE 2007/2008

 
Turpis, gyrovagus, vanus (7-18 novembre) di e con Dario Ferrari e Nina Lombardino, coproduzione Officina di studi medievali e Liberiteatri.
E fu sera e fu mattina (28 novembre-1 dicembre) di Claudio Corbetta con Stefano Panzeri – Lecco.
Malamente (12-16 dicembre) di e con Dario Ferrari, produzione Liberiteatri.
Tokyo's uchi (3-5 gennaio) da un'idea del gruppo Badanai con Massimo Malanchini e Andrea Grancini, regia Giuseppe Goisis – Bergamo.
Anima e corpo (23 gennaio-3 febbraio) di e con Dario Ferrari e Nina Lombardino, produzione Liberiteatri.
Il mago Hoffmann (20 febbraio-2 marzo) da E.T.A. Hoffmann, con Dario Ferrari e Nina Lombardino, coproduzione Goethe Institut Palermo e Liberiteatri.
Per un Dio possibile - omaggio in teatro canzone a Giordano Bruno (12-16 marzo) di e con Massimiliano Larocca e Francesco Chiantese, coproduzione Accademia Minima del Teatro Urgente-Massimiliano Larocca – Pienza.
Mater strangosciàs (26-30 marzo), terzo atto dei tre “lai” di Giovanni Testori con Dario Villa – Garbagnate.
Orlando principe di Danimarca (16-27 aprile) di Nina Lombardino con Nicolò Argento, Dario Ferrari e Nina Lombardino, coproduzione Argento-Liberiteatri.
I cloni (21 maggio-1 giugno) di Valeria Negro, con Domenico Sciajno, Claudia Moriniello, Dario Ferrari e Nina Lombardino, coproduzione Antitesi-Liberiteatri.
 
In programma, in data ancora da stabilire, stage e concerto di flauto ottomano turco(ney) a cura di S. Gallet e Giovanni De Zorzi. Dal 3 al 5 gennaio 2008 incontri e videoproiezioni a cura del regista e scrittore Giuseppe Goisis.
 
   
LIBERITEATRI - TEATRO DELLE BALATE
Direzione Artistica:
Dario Ferrari e Nina Lombardino
(Compagnia Teatrale Darianton)
 
 
gli spettacoli
 
 
TURPIS GYROVAGUS VANUS
experimenta da testi medievali
con Dario Ferrari e Nina Lombardino
 
La storia dei giullari e degli attori in genere è, allo stesso tempo, per tutto il Medioevo ed oltre, la storia della loro condanna. Già la società romana aveva assegnato agli attori uno status sociale degradato, ma i padri della Chiesa (Agostino, Tertulliano, Gerolamo) inaugurarono la lunga lotta che la chiesa condurrà per secoli contro il teatro. Il significato di questa lotta si comprende, all’origine, tenendo presente la rivoluzione culturale attuata dal Cristianesimo primitivo con il rifiuto in blocco della cultura classica, di cui il teatro era l’espressione più mondana e diabolica.
Le condanne ufficiali e diaboliche si ripetono: così nei sinodi e nei concili, come nelle opere dei teologi e dei moralisti, da San Giovanni Grisostomo al vescovo Agoberto, da Giovanni di Salisbury a Pietro il Cantore.
Assistere a uno spettacolo costituisce vitium immane, i giullari sono infames, instrumenta damnationis. Le condanne si basavano su tre constatazioni principali: il giullare è gyrovagus, turpis e vanus.
Essere gyrovagus non significa soltanto essere un vagabondo, ma anche porsi ai margini, addirittura al di fuori dell’organizzazione sociale. I giullari non hanno uno status, ma neanche una casa.
Il giullare è poi vano. In primo luogo perché la sua pretesa arte è vuota di contenuto tecnico: egli è cultore dell’empirismo e per di più la sua attività nulla produce di utile. Ma soprattutto il giullare è turpis, stravolge (torpet) l’immagine naturale. Ed è questa la condanna più grave. La Chiesa condanna il “mascheramento” che, contro natura, trasforma l’uomo in donna e la donna in uomo, ed entrambi in bestie. E l’attore è proprio colui la cui attività professionale consiste nello stravolgimento della forma umana. L’attore risulta essere invasato e posseduto, dal demonio, ovviamente.
E la parola diventa puro gioco di suoni perdendo la sua funzione significante.
Thomas de Cabham, vescovo di Salisbury, attorno al 1300, e cioè in un periodo già molto tardo, distingue tre tipi di giullari: quelli che trasformano e trasfigurano i loro corpi con gesti e salti turpi; quelli che seguono le corti dei grandi, dicendo cose obbrobriose degli assenti; e quelli, infine, che cantano per celebrare le gesta dei principi e dei santi. Questi ultimi sono dei veri e propri cantastorie che, oltre a proporre le chansons des gestes, con i cicli di Carlo Magno e di re Artù, erano addirittura ammessi nelle chiese per raccontare i miracoli e il martirio dei santi e su di essi il vescovo inglese dava un giudizio benevolo.
 
Abbiamo voluto con Turpis, gyrovagus e vanus fare un viaggio bizzarro e divertente, ma anche satirico, drammatico e realistico nel Medioevo, partendo proprio dagli Acta et Dicta dei Padri della Chiesa, approdando poi agli autori della Scuola Poetica Siciliana fino ad arrivare ai Cunti e al racconto della Peste.


E FU SERA E FU MATTINA
di Claudio Corbetta
con Stefano Panzeri
 
Nella cultura ebraica classica, esiste un momento che segna il passaggio tra l’adolescenza e la maturità; è un rito che si compie a 13 anni, il Bar Mitzvah: la persona deve dimostrare di saper leggere correttamente il Libro Sacro, la Bibbia, e di saperlo commentare.
E se la persona è cieca? Come accede al rito di passaggio? Più in generale, come può compiere il suo percorso formativo, all’interno di una cultura che si fonda su una tradizione fissata da sempre e tramandata in forma chiusa?
Da questo spunto tematico si parte per sviluppare il tema della “formazione”, intesa nella doppia valenza di conoscenza del mondo e di costruzione di una propria identità, che è inevitabilmente anche ricerca di senso e può arrivare ad essere vicenda di sofferenza e di conflitto.
Approfondendo innanzitutto la cultura ebraica classica, non tanto nei suoi aspetti teorici, quanto nella poesia dell’Antico Testamento, dove si esprime – soprattutto nei Salmi - un sentimento religioso che ha il suo fondamento nella mancanza, nell’attesa, nella domanda: un sentimento di religiosità irrisolta.
Nelle Scritture si è trovato un repertorio di immagini e figure (il deserto e la città, la casa e la tenda, il sonno e la veglia, il padre e la madre, la sabbia e la pietra…), come suggestione, citazione, rimando semantico, che sono state usate per ricostruire le tappe della vita di un uomo al quale è negato un rapporto diretto con la parola scritta e quindi con la cultura di appartenenza.
La lettura di autori moderni, Kafka e Buber su tutti, ha poi permesso di approfondire i legami tra il  pensiero esistenzialista, nelle sue indagini sul disorientamento dell’Essere in relazione al mondo e alla Storia, e quella particolare inclinazione del sentimento religioso. Ne è venuto fuori, in traccia, un monologo che ripercorre il “cammino di un uomo”, dalla tenebra alla luce, dal disordine – la vista è il senso ordinatore per eccellenza – alla consapevolezza, dalla scrittura sulla sabbia alla memoria autentica della Parola. Un percorso che porta l’uomo alla necessità di distruggere pazientemente, di decostruire per ricostruire, di ritornare alla “terra informe” di cui parla l’incipit della Genesi. E proprio i primi versi della Genesi segnano la fine del percorso, con quella insistenza sul verbo “vedere”, che fa pensare, più che a una creazione, a una ri-appropriazione del mondo attraverso la vista, rinnovata e infine liberata.
 
 
MALAMENTE
di e con Dario Ferrari
 
Un barbone gira per le strade, abbaiando rabbioso ai passanti e alle finestre illuminate: qualcuno gli ha rubato qualcosa, non ha mantenuto le sue promesse. Il barbone conserva il documento sul quale sostiene essere scritto il suo buon diritto ad essere erede unico del creato. Una vita svistuta (spogliata) dalla quale affiorano le immagini di una società che perde il suo tempo e creare demoni e poi li crocifigge. Solo, delirante, affronta e vive i ricordi di una vita pregna di violenze.
TOKYO’S UCHI
Da un’idea del gruppo Badanai
Con: Massimo Malanchini e Andrea Grancini
Regia: Giuseppe Goisis
 
Due uomini in mezzo alla strada. Cartoni per il freddo. Scarpe di seconda mano. Attorno a loro la città: gente che passa, piccioni e marciapiedi. Il tempo scorre, accumulando cose, manie e ricordi.
Tokyo’s uchi è questo: la giornata di due stranianti barboni, da mattino a sera.
Uchi, “dentro”. Tokyo perché in Giappone molta gente finisce così.
Uno spettacolo ai limiti del muto.
Volontà di dare corpo a storie invisibili.
Poesia raffinata dal sorriso triste.
… nelle mie braccia tutta nuda la città la sera e tu di chi è questo cuore che batte più forte delle voci e dell’ansito? Dove finisce la notte? Dove comincia la città? Dove finisce la città? Dove cominci tu? Dove comincio e finisco io stesso?
 
 
ANIMA E CORPO
tragicommedia in un atto di e con Dario Ferrari e Nina Lombardino
 
A un certo punto non serve che cali il sipario. Perché non serve il sipario e non serve altra macchina scenica se non la macchina dell'attore - come diceva Carmelo Bene - con la sua potenza estetica e forma scenica. Che distrugge la distanza tra attore e pubblico costruendo, nel rincorrersi dei significati, l'abisso, il complicato invisibile abisso dell'arte.
Senza sipario e senza altro artificio la compagnia Darianton porta in scena il teatro nudo e puro. Darianton è un “gruppo” di teatranti palermitani, un duo di rabbia e dialogo talvolta rabbioso, altre volte di impazziti sentimenti che si scompongono e ricompongono nel mosaico della vita.
Anima e corpo, elogio della follia è un testo originale che la compagnia ama mettere in scena in modo e luoghi mai convenzionali. Testo che narra e smette di narrare, che diventa azione e perde il "cadavere orale" della parola detta. Parola che si spegne nel niente dei progetti, come perduta sulla linea di un orizzonte inarrivabile. Urlante e temuta. Sorridente di mani e manie...
 
“Un lavoro interessante, violento e dolce, fresco e potente, quello di Darianton. Capace di diventare ipotesi per lo spettatore. Ipotesi e costruzione di pensiero, condivisione di destino ed energie. Un lavoro che racconta di come la vita rende urlanti i pensieri e indicibile il senso. E invisibile, impossibile da vedere e da decifrare, soprattutto quando lo sguardo è così vicino, il punto di osservazione sulla vita stessa della coppia è così vicino e reciproco da non potere più percorrere spazio, da impedire di vedere. Una storia d'ordinaria follia...”.
 
 
 
 
IL MAGO HOFFMANN
racconto in un atto e unica scena
con Dario Ferrari e Nina Lombardino
Compagnia teatrale Darianton
 
“In Hoffmann l’alchimia romantica si svela come fabbrica delle aberrazioni dell’immaginario e lo smarrimento prenderà il posto di quell’eterno struggersi dell’anima”.
Come scriveva il poeta Alfred Klabund, non conviene leggere questi racconti prima di andare a dormire, perché si rischia di passare una notte insonne e di sentire fantasmi e demoni “premere come incubi sulla coperta e sui guanciali, finché i primi bagliori dell’alba non vengano a metterli in fuga”.
La potenza di Hoffmann sta nel saper penetrare il reale e scoprire così quell’abisso abitato da demoni e spettri che non e diverso dal mondo in cui gli uomini trattano i loro affari, ma che ad esso si mescola e si sovrappone.
 
 
PER UN DIO POSSIBILE
omaggio in teatro-canzone a Giordano Bruno
Canzoni di Massimiliano Larocca
frammenti di Francesco Chiantese
Con Massimiliano Larocca voce, bozouki, chitarre
Francesco Chiantese
Coproduzione Accademia Minima del Teatro Urgente – Massimiliano Larocca
 
Un percorso sghembo e destrutturato, per nulla didascalico, accozzato, confuso tra quel che resta della poetica e dell'universo di Giordano Bruno nelle esperienze artistiche di Francesco Chiantese e Massimiliano Larocca.
Arrangiate in acustica le canzoni di Massimiliano si lasciano incastrate dai frammenti e dalle favole di Francesco per creare ogni sera un pezzo di strada nuovo assieme al pubblico.
Nella tradizione del teatro-canzone i due dialogano assieme, nei delicati allestimenti scenici ogni volta diversi, improvvisando a piene mani a partire dal proprio repertorio.
 
 
MATER STRANGOSCIàS
di Giovanni Testori
con Dario Villa
 
Tratto dalla trilogia “Tre lai” di Giovanni Testori, è stato interpretato da Dario Villa per la prima volta nel 1997, prima cioè che la compagnia I Magazzini di Firenze (oggi Compagnia Lombardi-Tiezzi) lo portasse sulle scene nazionali con il titolo Due Lai. Mater strangosciàs è il terzo dei “Tre lai”, l’ultimo lavoro teatrale di Giovanni Testori, poeta e drammaturgo scomparso nel 1993. Dei monologhi che compongono questa trilogia (gli altri due sono Cleopatràs e Erodiàs) propongo quello in cui protagonista è una madre che rivolge uno strampalato canto funebre al proprio figlio morto sulla croce. La madre è Maria di Nazareth (una Nazareth sperduta nella topografia valassinese) ed è una donna semplice, umanissima, che fatica ad esprimersi davanti agli spettatori, perché è poco pratica dell’arte di recitare e perché la sua parlata è bassa, volgare, a metà fra il dialetto lombardo e il latino.
Quella che vediamo qui è una Madonna senza corona di regina, né veli turchini, che da principio inveisce contro il Padre, si ribella, incapace di comprendere il mistero della morte dell’amatissimo figlio. Solo le parole di Gesù riusciranno a consolarla: quello che prima era il monologo di una madre disperata - non privo però di guizzi di spiccata ironia - diventa a poco a poco un dialogo colmo di speranza e di amore appassionato, perché gravido della promessa della Risurrezione, “la gran rivolta / ovver revoluzion”. Maria uscirà di scena consegnando a tutta la platea e, dunque, a tutto il mondo, la certezza che l’amore di Dio è destinato “a basare / et eternare” tutti quanti, nessuno escluso.
 

 

BIGLIETTI: intero 12 euro – ridotto 8 euro (under 25, over 60, residenti in provincia)
ABBONAMENTO: intero 84 euro –  ridotto 56 euro. INFO: 320.9456937